La Corte di Giustizia dell’Unione Europea sentenzia che il cannabidiolo (CBD) non può essere considerato uno stupefacente

La questione nasce da un’azione legale promossa in Francia contro un’azienda ceca che vendeva CBD estratto dall’intera pianta di cannabis da utilizzare in cartucce di sigarette elettroniche. La Francia consente solo l’estrazione da semi e fibre di cannabis, non dall’intera pianta. La Corte ha stabilito che la legge che ha indotto questa azione legale contro i produttori cechi era una restrizione inutile alla libera circolazione delle merci perché la sostanza non rappresenta una minaccia per la salute umana.

La Corte, con sentenza del 19 novembre 2020, dichiara infatti che il diritto dell’Unione, in particolare le disposizioni relative alla libera circolazione delle merci, osta a una normativa nazionale come quella oggetto del procedimento principale.

In primis, la Corte si pronuncia sul diritto applicabile alla situazione in esame.

A tale riguardo, essa esclude l’applicabilità dei regolamenti relativi alla politica agricola comune. Infatti, tali testi di diritto derivato si applicano soltanto ai “prodotti agricoli”. Orbene, il CBD, estratto dalla pianta di Cannabis sativa nella sua interezza, non può essere considerato come un prodotto agricolo, a differenza, per esempio, della canapa greggia. Esso non rientra, dunque, nell’ambito di applicazione dei suddetti regolamenti.

Per contro, la Corte osserva che le disposizioni relative alla libera circolazione delle merci all’interno dell’Unione (articoli 34 e 36 TFUE) sono applicabili, poiché il CBD di cui al procedimento principale non può essere considerato come uno “stupefacente”. Per giungere a tale conclusione, la Corte ricorda, innanzitutto, che i soggetti che commercializzano stupefacenti non possono avvalersi dell’applicazione delle libertà di circolazione poiché tale commercializzazione è vietata in tutti gli Stati membri, ad eccezione di un commercio rigorosamente controllato in vista dell’uso per scopi medici e scientifici. La Corte rileva, poi, che per definire le nozioni di “droga” o di “stupefacente”, il diritto dell’Unione fa riferimento, in particolare, a due convenzioni delle Nazioni Unite: la convenzione sulle sostanze psicotrope e la convenzione unica sugli stupefacenti. Orbene, il CBD non è menzionato nella prima e, sebbene un’interpretazione letterale della seconda potrebbe indurre a classificarlo come stupefacente, in quanto estratto della cannabis, tale interpretazione sarebbe contraria allo spirito generale di tale convenzione e al suo obiettivo di tutelare “la salute fisica e psichica dell’umanità”. La Corte sottolinea che, in base allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, di cui è necessario tener conto, a differenza del tetraidrocannabinolo (comunemente noto come THC), anch’esso un cannabinoide ottenuto dalla canapa, il CBD in questione non risulta avere effetti psicotropi né effetti nocivi per la salute umana.

In secundis, la Corte dichiara che le disposizioni relative alla libera circolazione delle merci ostano a una normativa come quella oggetto del procedimento principale. Infatti, il divieto di commercializzazione del CBD costituisce una misura di effetto equivalente a restrizioni quantitative delle importazioni, vietata dall’articolo 34 TFUE. La Corte precisa, tuttavia, che una normativa siffatta può essere giustificata da uno dei motivi di interesse generale indicati nell’articolo 36 TFUE, quale l’obiettivo di tutela della salute pubblica invocato dalla Repubblica francese, a condizione che tale normativa sia idonea a garantire la realizzazione dell’obiettivo suddetto e non ecceda quanto necessario per il suo raggiungimento. Benché quest’ultima valutazione spetti al giudice nazionale, la Corte fornisce due indicazioni a tale riguardo. Da un lato, essa rileva che sembrerebbe che il divieto di commercializzazione non riguardi il CBD di sintesi, il quale avrebbe le stesse proprietà del CBD in questione e potrebbe essere dunque utilizzato come sostituto di quest’ultimo. Qualora tale circostanza fosse dimostrata, sarebbe tale da indicare che la normativa di cui trattasi nel procedimento principale non è idonea a conseguire, in modo coerente e sistematico, l’obiettivo di tutela della salute pubblica. Dall’altro lato, la Corte riconosce che, effettivamente, la Francia non è tenuta a dimostrare che la pericolosità del CBD sia identica a quella di taluni stupefacenti. Tuttavia, il giudice nazionale deve valutare i dati scientifici disponibili al fine di assicurarsi che l’asserito rischio reale per la salute non risulti fondato su considerazioni puramente ipotetiche. Infatti, un divieto di commercializzazione del CBD, che costituisce, del resto, l’ostacolo più restrittivo agli scambi aventi ad oggetto prodotti legalmente fabbricati e commercializzati in altri Stati membri, può essere adottato soltanto qualora tale rischio risulti sufficientemente dimostrato.

Per approfondimenti, si rimanda alla lettura integrale della sentenza.

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